Chi era Max?


Cosi lo descrive il suo amico Paolo Terzitta:

“Certo, non si può dire che sia stato un tipo facile. Uno di cui sia semplice scrivere un profilo di poche righe senza dilemmi e ripensamenti. E’ che a volte era la rabbia personificata, altre volte la dolcezza. Sapeva farti incazzare, ma non gli bastava poi farsi perdonare: sapeva farsi volere bene. E tra le molte cose che lo mandavano in bestia , prime fra tutte: gli imbecilli e la falsità. E poi aveva un dono grande, insieme all’intelligenza, alla voce e al talento musicale: aveva la capacità, la gentilezza di fare sentire speciali tutti coloro che avevano il privilegio di frequentarlo. Di fronte a quegli occhi grandi e attenti ci si sentiva bene, importanti. Così lo rimpiange anche chi lo ha conosciuto meno o per poco tempo, perché non è facile rinunciare a coloro che ci fanno sentire migliori di quello che siamo in realtà.

Ed è stato un musicista, uno bravo, uno che ci lascia dozzine di belle canzoni, tra le molte pubblicate e
tra le altre inedite, oggetti preziosi negli scrigni della famiglia o degli amici. Il suo habitat principale fu
chiaramente il rock di matrice americana, coniugato da subito con la stesura dei testi in italiano. In questa dimensione sono nate le band che ha capitanato e la maggior parte dei brani originali. E sempre portando avanti quelle sue due anime, quella dolce e acustica con l’inseparabile takamine rossa e l’armonica, e quella elettrica, rabbiosa ed anarchica.

Fu un chitarrista, una ritmica precisa e metronomica, sempre essenziale nell’economia delle bands in cui
ha suonato. Ma anche un possessore appassionato delle sue chitarre, che collezionava in base a significati, riferimenti, valori storici e affettivi, per lui sempre importanti. E che amava tenere sempre esposte e lucidate, nel salotto della sua abitazione.

Ripercorrendo adesso la sua ventennale attività musicale ci si accorge anche di quanto fosse versatile.
Scelse il rock, quel tipo di rock, ma nel sangue aveva anche il folk genovese, respirato da subito in casa sua, per via di suo padre Piero e di zio Federico. E di ciò ce ne accorgemmo quando arrivo il momento per lui di suonare anche quella musica. Fu nei primi anni di attività un musicista progressive, alla voce, alla chitarra, ma anche al flauto traverso. E fu a suo agio in molti altri generi, come ad esempio in quella breve stagione in cui suonò lo ska, peraltro cantato negli idiomi dell’Italia meridionale. E infine fu, per una sera, anche violinista di strada, ubriaco e irresistibilmente demenziale.

Sul palco ci stava bene, era istrione, si sentiva un leone. Gli piaceva essere al centro dell’attenzione e cercava di fare sempre un bello spettacolo. Ma dietro il palcoscenico c’è anche quel ragazzo teso, conflittuale, perfezionista e autocritico. E ci sono molte ore di lavoro e di serietà, per uno che non è mai
stato veramente un professionista, ma che in altri tempi e in altri luoghi lo sarebbe diventato.

E c’è un prato, nei pressi della casa di campagna della nonna paterna. Lì potevi trovarlo, un tempo, con degli improponibili mutandoni, una ceres, la chitarra rossa, le sigarette e un block-notes. Quel prato, uno
di questi giorni, lo voglio andare a rivedere. Perché è lì che sono nate buona parte delle canzoni di Max
Parodi.

Libertà, Maps”